sabato 7 maggio 2016

"L'anima delle macchine" vince il Premio Galileo 2016!

È con grande orgoglio che apprendo e divulgo la notizia che il libro L'anima delle macchine - Tecnodestino, dipendenza tecnologica e uomo virtuale di Paolo Gallina, edito da Dedalo ha vinto la decima edizione del Premio Letterario Galileo 2016 per la divulgazione scientifica.
Sono orgoglioso perché, oltre ad essere un testo edito dalla casa editrice con cui maggiormente collaboro dall'inizio della mia carriera professionale, è anche interamente illustrato da me, con illustrazioni esplicative e vignette umoristiche (sceneggiate dall'autore).
Sentirsi partecipi di un simile successo quando si è appena iniziato a lavorare seriamente nell'ambito della grafica è un piccolo traguardo.


Se ci aggiungiamo il fatto che, tra i finalisti del premio, c'era anche il libro Che ora fai? - Vita quotidiana, cronotipi e jet-lag sociale di Till Roenneberg, classificatosi terzo, per cui ho realizzato la copertina, mixando grafica 3D e post-produzione digitale (caso unico finora per me), capite bene che in questo preciso momento storico essere me ha un certo retrogusto positivo!
Una delle vignette realizzate per L'anima delle macchine.

lunedì 2 maggio 2016

Riflessioni post-festival

A una settimana di distanza dal Ca.Co. Fest e dal Napoli Comicon, posso dire di aver finalmente riordinato le idee e metabolizzato le impressioni.


Come credo di aver già accennato, il Ca.Co. è stato il mio primo festival visto da dietro un banchetto (faticosamente trascinato da Molfetta) e, anche se ci sono rimasto effettivamente per poche ore, ammetto che è stata un'esperienza interessante. Tanto per cominciare, ho toccato con mano altre realtà simili alla mia e, nonostante la mia proverbiale socialità da suppellettile di cattivo gusto, sono riuscito persino a dialogare con altri esordienti. Ho visto da vicino Vincenzo Sparagna e raccolto un po' di impressioni sul mio lavoro, tutte molto positive devo dire (anche se basate sull'occhiata generale di chi sfoglia) e, soprattutto, ho potuto confrontare il mio lavoro con altre autoproduzioni. 
E devo ammettere che è vero, l'epoca del ciclostile è terminata, ormai gran parte delle autoproduzioni non ha nulla da invidiare ai prodotti da fumetteria. Uno pensa che con l'e-book si abbattano i costi e i tipografi non vedano più un centesimo dagli squattrinati eterni wannabe del Fumettomondo e invece...!


L'esperienza del Comicon è stata qualcosa di indescrivibile. Ma, purtroppo per voi, io la descriverò comunque.
Se il Ca.Co. è stato il mio primo festival da espositore/venditore, il Comicon di quest'anno è stata la seconda fiera con un pass da autore (che fa sempre figo, oltre a essere molto utile quando ti fai autografare gli albi con dedica, visto che ti porti il nome appeso al collo) dopo Lucca 2014.
Premetto questa cosa non (solo) perché voglio fare il figo, ma per il fatto che avere un pass al collo mi ha permesso di segnare un record in fatto di albi autografati. Al cancello per gli accreditati, infatti, la coda era talmente esigua che sono stato praticamente il primo della giornata a essermi accreditato in fiera e questo mi ha permesso di avere un vantaggio notevole in tutte le code successive: quelle per gli autografi ai vari stand.
Di conseguenza, a parte Il celestiale Bibendum, un albo vintage di Lupo Alberto e un albetto omaggio di Monster Allergy, ho praticamente fatto autografare tutto quello che avevo comprato.
Ma, sebbene l'esperienza a una fiera simile sia sempre eccitante sotto molti aspetti, il picco della giornata è stato l'incontro con Silver, uno dei tre grandi maestri a cui devo l'input per il mio modesto percorso artistico (gli altri due sono Matt Groening e Benito Jacovitti, che non credo incontrerò mai in questa vita). Dico tre anche se ci sarebbe Bob Kane, ma col fumetto americano di quel tipo non sai mai quanto effettivamente un autore abbia merito concreto nella nascita di un personaggio come Batman.

Prima di accennare all'incontro col maestro, però, merita una menzione speciale la mostra dedicata alla sua più celebre creatura, Lupo Alberto. Un piccolo grande gioiello, sia nei contenuti che nell'allestimento spettacolare. Alle tavole originali di Silver, che spaziavano dalle sue prime vignette fino alle tavole del Lupo e di Cattivik, erano affiancati gadget e ricostruzioni della fattoria McKenzie, in scala - con le splendide statuine opera di Alessandro Zecca che valgono tutto quello che costano, ve lo assicuro - che a grandezza naturale, con delle sagome di tutti i personaggi della fattoria, la casa di Marta la gallina e il mulino con le pale che ruotavano per davvero con un minaccioso Mosè in perenne attesa sotto. 
Trovarmici dentro è stato splendido. Gente che si faceva selfie con i cartonati, la calca attorno alla fattoria in miniatura, i genitori che fotografavano i figli accanto ad Alberto, Alcide, Glicerina, Enrico, Silvietta, Cesira... sono quelle occasioni in cui capisci davvero quanto un fumetto ben fatto (da edicola, n.b.) possa entrare nell'immaginario collettivo e divenire parte del bagaglio culturale di migliaia di persone. 
Il caso di Lupo Alberto in Italia è quasi unico. Lo si potrebbe definire tranquillamente il Topolino italiano. A distanza di quarant'anni dalla sua nascita, è ancora vivo e vegeto, si adatta ai tempi senza snaturarsi minimamente, continua a essere presente in edicola e su svariati articoli di merchandising e non sente il bisogno di definirsi snobisticamente ed erroneamente graphic novel per sentirsi nobilitato. A parte le recenti ristampe targate Panini e dei saltuari cartonati (a prezzi comunque abbordabilissimi) apparsi nei molti anni di vita del Lupo, i personaggi della fattoria McKenzie sono riusciti a conquistarsi il cuore dei lettori a suon di storielle da una o due tavole e qualche avventura un po' più lunga, talvolta a colori. La loro forza è sempre stata insita nella loro natura, un po' come è stato per gli abitanti di Springfield. Ogni animale delle fattoria ha saputo accattivarsi il lettore con la sua efficace caratterizzazione, la sua parlantina, in un certo senso per lo stereotipo sociale che ha saputo incarnare. Un fumetto umoristico d'autore, di un livello sicuramente alto che è riuscito a incunearsi nella fetta più popolare di lettori di fumetti, quelli che compravano gli albi in edicola, per poi buttarli dopo qualche mese, venderli o - orrore - scarabocchiarli e colorarli.
Un anno e mezzo fa, subito dopo Lucca Comics, scrissi un post su quello che pensavo dei fumetti, sul mio modo di intendere questa arte e questo prodotto editoriale. Bene, l'imprinting l'ho avuto proprio da Lupo Alberto, che in quell'agosto del 2002 mi ha folgorato sotto l'ombrellone. Perché se è vero che già leggevo Topolino, lo è ancor di più che il Lupo aveva non solo un formato più accattivante ma era anche stampato in bianco e nero su carta più porosa, che le pagine della posta sembravano fotocopie! È curioso da spiegare, ma è come se quelle caratteristiche me lo rendessero in qualche modo più vicino perché il bianco e nero ti da modo di apprezzare meglio il tratto. Potevo vedere dove la penna era stata posata sul foglio per la prima volta, quanto da sola fosse bastata a definire i volumi diversi dei vari personaggi. Non so come spiegarlo, ma quando pensavo alla redazione di Lupo Alberto la immaginavo piccola, una o due stanzette con un paio di scrivanie ingombre di disegni e buste arrivate per posta, i muri bianchi o bicolore, come quelli della mia scuola. Quando pensavo alla redazione di Topolino, invece, era tutta un'altra cosa.
  
Ora, capite bene, dopo tutto questo tedioso preambolo, in che stato d'animo ero quando ho incontrato Silver in carne e ossa.
Due anni fa era al Comicon anche lui, lo stesso giorno in cui c'ero io, ma quando i miei amici mi telefonarono per dirmelo ero dall'altra parte della fiera. Ero scoraggiato dall'idea della fila immensa in cui erano (il Lupo compiva 40 anni proprio quell'anno, la sua presenza era un evento) ma comunque, come quest'anno, decisi di non fare alcuna coda per Silver. Non sono uno di quelli a cui basta incontrare il proprio mito per aver le palpitazioni e sentirsi realizzato. Anzi, non parlerei neppure di "miti" in termini seri. Loro sono dei professionisti, hanno avuto un peso importante nell'ambito in cui hanno operato, ma sono comunque persone esattamente come me e tutti quelli che si erano messi in fila. Non si sono guadagnati il mio rispetto semplicemente esistendo, ma per quello che hanno fatto, per ciò che hanno scritto e detto. Quindi, non basta incontrarli e farcisi una foto assieme. Quello è un approccio che un fan ha con un attore famoso, di cui magari è innamorato perché è bello, Con gli autori, i registi o gli scrittori bisogna parlarci, magari con meno gente possibile attorno, dirgli cosa hanno significato per te e attestargli la tua stima con una stretta di mano. Per me Silver non è un mito, è un maestro, è qualcuno che mi ha insegnato qualcosa, esattamente come i miei insegnanti a scuola. Va bene l'autografo, va bene la foto assieme ma da soli valgono ben poco.
Dell'incontro con Silver ricorderò di avergli chiesto innanzitutto di potergli stringere la mano, di avergli detto quanto sia stato importante per me, che ad ogni fiera compro ancora i suoi vecchi albi con cui mi ha formato. Certo, ero rosso come un pomodoro mentre lo facevo (perdonabile, dopo 15 anni di venerazione per il suo lavoro!) ma era quello che volevo che sapesse, anche se probabilmente gliene fregherà ben poco. Feci lo stesso con Alfredo Castelli a Lucca (conosciuto proprio sulle pagine del Lupo) e Giorgio Cavazzano al BGeek e farei altrettanto con altri autori che stimo, come Bonfatti, Artibani e Talarico.
Infine, ho chiuso una sorta di cerchio regalando a Silver il numero 0 dell'ispettore Strabick. Glielo dovevo, così come lo dovevo a un altro grande disegnatore come Giuseppe Palumbo, che conobbi indirettamente sei anni fa proprio attraverso una sua autoproduzione.

Concludo con una piccola nota polemica.
La castroneria più grande l'ho sentita durante una conferenza, pronunciata da un membro di una scuola di fumetto di cui non farò ovviamente il nome. Si tratta di una convinzione comune, con cui lotto da anni, che è difficile estirpare nel Paese del Rinascimento e delle anatomie michelangiolesche. Bisognerebbe far presente a molti operatori del settore (e sedicenti tali...) che il fumetto e il disegno umoristici hanno pari dignità - se non, talune volte, addirittura superiore - del fumetto e del tratto realistico, dalle anatomie perfette e dalla prospettiva esatta. Sentire frasi come "se viene meno il disegno, almeno fateci ridere" riferite al genere umoristico, per cui il disegno sarebbe "solo un contorno alle battute" è piuttosto svilente, specie se pronunciate in un'edizione del Comicon che ha come Magister proprio un pilastro del fumetto umoristico nostrano.
Più o meno come quando, durante la conferenza di Milo Manara alla scorsa edizione del BGeek, fu chiesto al maestro quanto la conoscenza dell'anatomia fosse importante per fare fumetti e lui, con la sua consueta eleganza, rispose che era piuttosto relativa perchè dipende dal tipo di fumetto che si sceglie di fare, aggiungendo una frase che non dimenticherò: "Jacovitti non ha avuto alcun bisogno di conoscere l'anatomia, eppure è stato un colosso a livello mondiale".
Checchè se ne dica, il Fumetto, proprio come l'Arte, non è per tutti. 
Anche in questo ambito ci sono geniacci che, davanti a qualcosa che non somiglia a un nudo rinascimentale o a un dipinto fiammingo, si sentono in dovere di sminuire ed esclamare "questo sapevo farlo pure io, dov'è la bravura?".
La prossima volta che vi verrà in mente un'osservazione del genere di cui sopra, contate fino a tre prima di esternarla, ché il mondo non ne ha alcun bisogno, ve lo assicuro.


P.S.: Le foto della mostra e del sottoscritto con Silver sono opera nonchè gentile concessione della mia compagna di (e co-organizzatrice del) viaggio Angela Pansini.