mercoledì 19 luglio 2017

Bitonto Promotional Tour!

Rieccomi, dopo un lungo periodo d'assenza!
Lo so, dico sempre così, ma ho un sacco di progetti in ballo che occupano tutto il mio prezioso tempo e mi impediscono di aggiornare più spesso il mio bel blògghe.
Però ogni tanto qualche giornata di piacevole svago me la concedo anche io.
Una di queste ve la racconto qui sotto, in una storiella breve realizzata in occasione del Bitonto Promotional Tour organizzato dalle cooperative Ulixes, Re ArtùArgo (e l'agenzia Laurentana Viaggi), con la collaborazione della compagnia teatrale Fatti D'Arte e promosso dal Comune di Bitonto.
Io ho preso parte alla prima giornata e, siccome era richiesto una cronaca dell'esperienza dei blogger invitati, ho voluto strafare cimentandomi in una minicronaca a fumetti!
Mai fatto nulla del genere, lo premetto, e spero che il risultato sia simpatico e che nessuno dei partecipanti se la prenda se ne ho monopolizzato le fattezze e ho filtrato alcuni insignificanti episodi attraverso la mia lente distorta per farne dei siparietti comici.

Un grazie particolare alla mia amica Chiara Cannito per avermi reso partecipe di questa bella esperienza e per aver pazientato oltre un mese prima di poter leggere la mia versione dei fatti.

Vi segnalo gli articoli degli altri partecipanti, che conoscerete leggendo la storiella.

La versione di Daniele e Rudy;
le tre versioni di Claudia;
la versione di Carlo e l'instagram di Laura;
la versione di Sergio.

E infine... buona lettura con la mia!
(Come sempre: CLICCATE SULLA TAVOLA > TASTO DESTRO > "APRI IMMAGINE IN UN'ALTRA SCHEDA" così potrete usare la lente d'ingrandimento e leggerla a dimensioni reali!)











martedì 27 dicembre 2016

Disegnare la paura

Rieccomi dopo un più o meno lungo (ma non certo improduttivo) periodo di assenza!
Sono successe un sacco di cose in questi mesi, alcune brutte, alcune che potrei definire belle se non fossi un pessimista cronico.
Dedicherò successivamente un post a quella che, assieme all'ispettore Strabick, è la mia fatica più impegnativa e totalizzante di questi mesi, vale a dire I diari di Federico II.

Abuso invece dello spazio che mi sono creato con questo blog per condividere un lavoro a cui mi sono dedicato lo scorso settembre in occasione di un concorso e che, purtroppo, non ha superato le selezioni per accedere alla finale e quindi mi fa sentire come se avessi partorito un figlio morto (con l'unica differenza che, dopo tre mesi, io posso ancora mostrarlo in giro).

Il concorso in questione era quello per il Premio Nazionale Farben, il riconoscimento per giovani illustratori e fumettisti annualmente promosso dall'Arci Bologna. Ovviamente, con un titolo del genere non potevo non farmi avanti e partecipare!
I lavori da sottoporre dovevano essere più o meno liberamente ispirati a una delle poesie che era possibile scaricare assieme al bando, tutte a tema paura.
Quella da me scelta si intitola "Le paure" ed è opera di Francesca Matteoni. Non ve la posto semplicemente perché è tutta scritta nelle tavole qui sotto. Come potete vedere si tratta di tavole a colori, un lavoro insolito per me, che mi è costato parecchio lavoro. Ma è stato divertente farlo, anche se non mi è valso alcun tipo di soddisfazione materiale.
Se non altro, ho qualcosa da postare qui!



mercoledì 29 giugno 2016

Identikit per Sherlock Holmes

I disegni che posto qui oggi li ho tenuti "nascosti" per oltre due anni.

Fanno parte della mia tesi di laurea specialistica all'Accademia e accompagnavano un saggio di analisi fisiognomica di alcuni dei più caratteristici personaggi creati da Conan Doyle per i racconti di Sherlock Holmes.
Non sono tutti, ovviamente; sono quelli che sono sopravvissuti al mio giudizio postumo.
Chi disegna, scrive o crea sa a cosa mi riferisco. Io lo chiamo il rifiuto del giorno dopo, quando cioè riguardi un lavoro che fino a poco prima ti appagava e che poi ti vien voglia di rinnegare con tutte le tue forze.

Bene, questi identikit sono sopravvissuti a un giudizio postumo di oltre 24 mesi e volevo celebrarli in questo modo, divulgandoli attraverso il mio blog.
Chi, come me, ha letto tutti i racconti del canone potrà facilmente riconoscere molti di questi personaggi.
Per tutti gli altri, ci sono le didascalie. E vedete di recuperare le letture, schiappe!

Killer-Woman,
The Adventure of Charles Augustus Milverton
Beppo,
The Adventure of Six Napoleons


Professor Coram,
The Adventure of the Golden Pince-Nez
Culverton Smith,
The Adventure of the Dying Detective


The cook,
The Adventure of Wisteria Lodge
Enoch J. Drebber,
A Study in Scarlet


Duke of Holdernesse,
The Adventure of the Priory School
Lord Cantlemere,
The Adventure of the Mazarin Stone


Mary Sutherland,
A Case of Identity
Bodymaster McGinty,
The Valley of Fear


Charles Augustus Milverton,
The Adventure of Charles Augustus Milverton
Sebastian Moran,
The Adventure of the Empty House


Professor Moriarty,
The Final Problem
Don Juan Mourillo,
The Adventure of Wisteria Lodge


Mycroft Holmes,
The Adventure of the Greek Interpreter
Wilhelm Gottsreich Sigismond Von Ormstein (King of Bohemia),
A Scandal in Bohemia


Doc. Grimesby Roylott,
The Adventure of the Speckled Band
Count Negretto Sylvius,
The Adventure of the Mazarin Stone


Tonga,
The Sign of Four
Anna,
The Adventure of the Golden P


sabato 7 maggio 2016

"L'anima delle macchine" vince il Premio Galileo 2016!

È con grande orgoglio che apprendo e divulgo la notizia che il libro L'anima delle macchine - Tecnodestino, dipendenza tecnologica e uomo virtuale di Paolo Gallina, edito da Dedalo ha vinto la decima edizione del Premio Letterario Galileo 2016 per la divulgazione scientifica.
Sono orgoglioso perché, oltre ad essere un testo edito dalla casa editrice con cui maggiormente collaboro dall'inizio della mia carriera professionale, è anche interamente illustrato da me, con illustrazioni esplicative e vignette umoristiche (sceneggiate dall'autore).
Sentirsi partecipi di un simile successo quando si è appena iniziato a lavorare seriamente nell'ambito della grafica è un piccolo traguardo.


Se ci aggiungiamo il fatto che, tra i finalisti del premio, c'era anche il libro Che ora fai? - Vita quotidiana, cronotipi e jet-lag sociale di Till Roenneberg, classificatosi terzo, per cui ho realizzato la copertina, mixando grafica 3D e post-produzione digitale (caso unico finora per me), capite bene che in questo preciso momento storico essere me ha un certo retrogusto positivo!
Una delle vignette realizzate per L'anima delle macchine.

lunedì 2 maggio 2016

Riflessioni post-festival

A una settimana di distanza dal Ca.Co. Fest e dal Napoli Comicon, posso dire di aver finalmente riordinato le idee e metabolizzato le impressioni.


Come credo di aver già accennato, il Ca.Co. è stato il mio primo festival visto da dietro un banchetto (faticosamente trascinato da Molfetta) e, anche se ci sono rimasto effettivamente per poche ore, ammetto che è stata un'esperienza interessante. Tanto per cominciare, ho toccato con mano altre realtà simili alla mia e, nonostante la mia proverbiale socialità da suppellettile di cattivo gusto, sono riuscito persino a dialogare con altri esordienti. Ho visto da vicino Vincenzo Sparagna e raccolto un po' di impressioni sul mio lavoro, tutte molto positive devo dire (anche se basate sull'occhiata generale di chi sfoglia) e, soprattutto, ho potuto confrontare il mio lavoro con altre autoproduzioni. 
E devo ammettere che è vero, l'epoca del ciclostile è terminata, ormai gran parte delle autoproduzioni non ha nulla da invidiare ai prodotti da fumetteria. Uno pensa che con l'e-book si abbattano i costi e i tipografi non vedano più un centesimo dagli squattrinati eterni wannabe del Fumettomondo e invece...!


L'esperienza del Comicon è stata qualcosa di indescrivibile. Ma, purtroppo per voi, io la descriverò comunque.
Se il Ca.Co. è stato il mio primo festival da espositore/venditore, il Comicon di quest'anno è stata la seconda fiera con un pass da autore (che fa sempre figo, oltre a essere molto utile quando ti fai autografare gli albi con dedica, visto che ti porti il nome appeso al collo) dopo Lucca 2014.
Premetto questa cosa non (solo) perché voglio fare il figo, ma per il fatto che avere un pass al collo mi ha permesso di segnare un record in fatto di albi autografati. Al cancello per gli accreditati, infatti, la coda era talmente esigua che sono stato praticamente il primo della giornata a essermi accreditato in fiera e questo mi ha permesso di avere un vantaggio notevole in tutte le code successive: quelle per gli autografi ai vari stand.
Di conseguenza, a parte Il celestiale Bibendum, un albo vintage di Lupo Alberto e un albetto omaggio di Monster Allergy, ho praticamente fatto autografare tutto quello che avevo comprato.
Ma, sebbene l'esperienza a una fiera simile sia sempre eccitante sotto molti aspetti, il picco della giornata è stato l'incontro con Silver, uno dei tre grandi maestri a cui devo l'input per il mio modesto percorso artistico (gli altri due sono Matt Groening e Benito Jacovitti, che non credo incontrerò mai in questa vita). Dico tre anche se ci sarebbe Bob Kane, ma col fumetto americano di quel tipo non sai mai quanto effettivamente un autore abbia merito concreto nella nascita di un personaggio come Batman.

Prima di accennare all'incontro col maestro, però, merita una menzione speciale la mostra dedicata alla sua più celebre creatura, Lupo Alberto. Un piccolo grande gioiello, sia nei contenuti che nell'allestimento spettacolare. Alle tavole originali di Silver, che spaziavano dalle sue prime vignette fino alle tavole del Lupo e di Cattivik, erano affiancati gadget e ricostruzioni della fattoria McKenzie, in scala - con le splendide statuine opera di Alessandro Zecca che valgono tutto quello che costano, ve lo assicuro - che a grandezza naturale, con delle sagome di tutti i personaggi della fattoria, la casa di Marta la gallina e il mulino con le pale che ruotavano per davvero con un minaccioso Mosè in perenne attesa sotto. 
Trovarmici dentro è stato splendido. Gente che si faceva selfie con i cartonati, la calca attorno alla fattoria in miniatura, i genitori che fotografavano i figli accanto ad Alberto, Alcide, Glicerina, Enrico, Silvietta, Cesira... sono quelle occasioni in cui capisci davvero quanto un fumetto ben fatto (da edicola, n.b.) possa entrare nell'immaginario collettivo e divenire parte del bagaglio culturale di migliaia di persone. 
Il caso di Lupo Alberto in Italia è quasi unico. Lo si potrebbe definire tranquillamente il Topolino italiano. A distanza di quarant'anni dalla sua nascita, è ancora vivo e vegeto, si adatta ai tempi senza snaturarsi minimamente, continua a essere presente in edicola e su svariati articoli di merchandising e non sente il bisogno di definirsi snobisticamente ed erroneamente graphic novel per sentirsi nobilitato. A parte le recenti ristampe targate Panini e dei saltuari cartonati (a prezzi comunque abbordabilissimi) apparsi nei molti anni di vita del Lupo, i personaggi della fattoria McKenzie sono riusciti a conquistarsi il cuore dei lettori a suon di storielle da una o due tavole e qualche avventura un po' più lunga, talvolta a colori. La loro forza è sempre stata insita nella loro natura, un po' come è stato per gli abitanti di Springfield. Ogni animale delle fattoria ha saputo accattivarsi il lettore con la sua efficace caratterizzazione, la sua parlantina, in un certo senso per lo stereotipo sociale che ha saputo incarnare. Un fumetto umoristico d'autore, di un livello sicuramente alto che è riuscito a incunearsi nella fetta più popolare di lettori di fumetti, quelli che compravano gli albi in edicola, per poi buttarli dopo qualche mese, venderli o - orrore - scarabocchiarli e colorarli.
Un anno e mezzo fa, subito dopo Lucca Comics, scrissi un post su quello che pensavo dei fumetti, sul mio modo di intendere questa arte e questo prodotto editoriale. Bene, l'imprinting l'ho avuto proprio da Lupo Alberto, che in quell'agosto del 2002 mi ha folgorato sotto l'ombrellone. Perché se è vero che già leggevo Topolino, lo è ancor di più che il Lupo aveva non solo un formato più accattivante ma era anche stampato in bianco e nero su carta più porosa, che le pagine della posta sembravano fotocopie! È curioso da spiegare, ma è come se quelle caratteristiche me lo rendessero in qualche modo più vicino perché il bianco e nero ti da modo di apprezzare meglio il tratto. Potevo vedere dove la penna era stata posata sul foglio per la prima volta, quanto da sola fosse bastata a definire i volumi diversi dei vari personaggi. Non so come spiegarlo, ma quando pensavo alla redazione di Lupo Alberto la immaginavo piccola, una o due stanzette con un paio di scrivanie ingombre di disegni e buste arrivate per posta, i muri bianchi o bicolore, come quelli della mia scuola. Quando pensavo alla redazione di Topolino, invece, era tutta un'altra cosa.
  
Ora, capite bene, dopo tutto questo tedioso preambolo, in che stato d'animo ero quando ho incontrato Silver in carne e ossa.
Due anni fa era al Comicon anche lui, lo stesso giorno in cui c'ero io, ma quando i miei amici mi telefonarono per dirmelo ero dall'altra parte della fiera. Ero scoraggiato dall'idea della fila immensa in cui erano (il Lupo compiva 40 anni proprio quell'anno, la sua presenza era un evento) ma comunque, come quest'anno, decisi di non fare alcuna coda per Silver. Non sono uno di quelli a cui basta incontrare il proprio mito per aver le palpitazioni e sentirsi realizzato. Anzi, non parlerei neppure di "miti" in termini seri. Loro sono dei professionisti, hanno avuto un peso importante nell'ambito in cui hanno operato, ma sono comunque persone esattamente come me e tutti quelli che si erano messi in fila. Non si sono guadagnati il mio rispetto semplicemente esistendo, ma per quello che hanno fatto, per ciò che hanno scritto e detto. Quindi, non basta incontrarli e farcisi una foto assieme. Quello è un approccio che un fan ha con un attore famoso, di cui magari è innamorato perché è bello, Con gli autori, i registi o gli scrittori bisogna parlarci, magari con meno gente possibile attorno, dirgli cosa hanno significato per te e attestargli la tua stima con una stretta di mano. Per me Silver non è un mito, è un maestro, è qualcuno che mi ha insegnato qualcosa, esattamente come i miei insegnanti a scuola. Va bene l'autografo, va bene la foto assieme ma da soli valgono ben poco.
Dell'incontro con Silver ricorderò di avergli chiesto innanzitutto di potergli stringere la mano, di avergli detto quanto sia stato importante per me, che ad ogni fiera compro ancora i suoi vecchi albi con cui mi ha formato. Certo, ero rosso come un pomodoro mentre lo facevo (perdonabile, dopo 15 anni di venerazione per il suo lavoro!) ma era quello che volevo che sapesse, anche se probabilmente gliene fregherà ben poco. Feci lo stesso con Alfredo Castelli a Lucca (conosciuto proprio sulle pagine del Lupo) e Giorgio Cavazzano al BGeek e farei altrettanto con altri autori che stimo, come Bonfatti, Artibani e Talarico.
Infine, ho chiuso una sorta di cerchio regalando a Silver il numero 0 dell'ispettore Strabick. Glielo dovevo, così come lo dovevo a un altro grande disegnatore come Giuseppe Palumbo, che conobbi indirettamente sei anni fa proprio attraverso una sua autoproduzione.

Concludo con una piccola nota polemica.
La castroneria più grande l'ho sentita durante una conferenza, pronunciata da un membro di una scuola di fumetto di cui non farò ovviamente il nome. Si tratta di una convinzione comune, con cui lotto da anni, che è difficile estirpare nel Paese del Rinascimento e delle anatomie michelangiolesche. Bisognerebbe far presente a molti operatori del settore (e sedicenti tali...) che il fumetto e il disegno umoristici hanno pari dignità - se non, talune volte, addirittura superiore - del fumetto e del tratto realistico, dalle anatomie perfette e dalla prospettiva esatta. Sentire frasi come "se viene meno il disegno, almeno fateci ridere" riferite al genere umoristico, per cui il disegno sarebbe "solo un contorno alle battute" è piuttosto svilente, specie se pronunciate in un'edizione del Comicon che ha come Magister proprio un pilastro del fumetto umoristico nostrano.
Più o meno come quando, durante la conferenza di Milo Manara alla scorsa edizione del BGeek, fu chiesto al maestro quanto la conoscenza dell'anatomia fosse importante per fare fumetti e lui, con la sua consueta eleganza, rispose che era piuttosto relativa perchè dipende dal tipo di fumetto che si sceglie di fare, aggiungendo una frase che non dimenticherò: "Jacovitti non ha avuto alcun bisogno di conoscere l'anatomia, eppure è stato un colosso a livello mondiale".
Checchè se ne dica, il Fumetto, proprio come l'Arte, non è per tutti. 
Anche in questo ambito ci sono geniacci che, davanti a qualcosa che non somiglia a un nudo rinascimentale o a un dipinto fiammingo, si sentono in dovere di sminuire ed esclamare "questo sapevo farlo pure io, dov'è la bravura?".
La prossima volta che vi verrà in mente un'osservazione del genere di cui sopra, contate fino a tre prima di esternarla, ché il mondo non ne ha alcun bisogno, ve lo assicuro.


P.S.: Le foto della mostra e del sottoscritto con Silver sono opera nonchè gentile concessione della mia compagna di (e co-organizzatrice del) viaggio Angela Pansini.

sabato 9 aprile 2016

L'ispettore Strabick al Ca.Co e al BGeek!

Potrei iniziare questo post scrivendo che è da tanto che non scrivo su questo blog, ma sarebbe banale.
A proposito di banane, chi bazzica la pagina dell'ispettore Strabick avrà notato una certa invasione dei simpatici frutti gialli a forma di banana, ma solo i più attenti avranno capito perché.

A scanso di equivoci, lo svelo (in parte) qui.
Esiste un raccontino a fumetti di 16 pagine, che potrei aver scritto di recente per un certo concorso, intitolato La ballata di Larry Banana, che potrebbe narrare la storia dell'ascesa criminale di Larry Banana, l'esattore del pizzo per il buon vecchio Don Dindon. Non è un protagonista vero e proprio delle storie di Strabick anche se, di fatto, appare in tutte le avventure finora pubblicate, ma è proprio per il suo ruolo marginale ad essere stato scelto per questo concorso (che non svelerò per scaramanzia) e ad averla spuntata sul più temibile Trollface, su cui la mia scelta era inizialmente ricaduta.
Presto potrete leggere le sue gesta bananose!

Veniamo ora al motivo principale del post.

La primavera è esplosa.
Con la primavera arrivano le fiere del fumetto (che però non esplodono, credo... anche se fino a qualche mese fa avremmo detto la stessa cosa degli aeroporti...) e per tutti gli appassionati di fumetto, illustrazione e anche per quei disadattati dei gamers iniziano i pellegrinaggi di città in città, di festival in festival.
Poi ci sono i più sfigati di tutti, ossia i fumettisti wannabe come me, con i loro scatoloni di autoproduzioni e i loro banchetti che nessuno si fila. Ebbene, siòri e siòre, per me questo 2016 è il primo anno da fumettista indipendente col suo banchetto nelle fiere di fumetto!
Ormai ho tre albi di Strabick cartacei da esibire (più la ballata di cui sopra, che spero sarà data alle stampe per maggio) e tanta buona volontà!

Quindi, vi segnalo le mie prime due tappe, i primi due festival in cui potrete venire a ignorarmi!

- Il 23 aprile sarò al Ca.Co. Fest di Bari, presso la Ex-Caserma liberata (la Rossani, quella nei pressi della stazione). Si tratta di un festival indipendente di illustrazione e fumetto, molto, molto underground. QUI trovate il blog e l'elenco degli ospiti di quest'anno.


- Il 27, 28 e 29 maggio invece sarà la volta del BGeek, sempre a Bari, presso il Palaflorio. Una fiera del fumetto un po' più "classica" del Ca.Co., la mia prima convention mainstream! In mezzo ai grossi editori, Strabick si perderà che è una bellezza!


Queste le fiere che guarderò da dietro un banchetto.
Poi ci sono l'immancabile appuntamento col Napoli Comicon il 24 aprile e, se tutto va bene, a novembre torno a Bologna per il BilBolBul 2016 e, chissà, magari il grasso ispettore sarà già lì ad aspettarmi, sulla bancarella delle nuove proposte...!

Questi gli appuntamenti per questo e per il prossimo mese. 
Non siate pidocchiosi e venite a trovarmi. Se mi trovate di umore giusto, potrei anche offrirvi da bere!


martedì 10 novembre 2015

Mr. Holmes - Il mistero del caso irrisolto

"Parlando con franchezza, amico mio, ho perso ogni appetito per ogni desiderio di verità. Per me, esiste solo cio che è, la chiami pure verità, se preferisce"

Chi bazzica questo blog sa che non mi cimento mai in recensioni di libri o film che mi hanno particolarmente colpito.
Ma chi conosce me personalmente, sa anche che nutro una venerazione assoluta per quello che è il mio personaggio letterario preferito in assoluto, Sherlock Holmes, il geniale investigatore creato dall'abile penna di Sir Arthur Conan Doyle (in questo stesso blog trovate una sezione dedicata al mio Sherlock Tales, un omaggio animato ai 60 racconti di Holmes) e che sto aspettando con ansia l'uscita nelle sale del film Mr Holmes - Il mistero del caso irrisolto che vede uno dei più grandi attori viventi, Sir Ian McKellen, nei panni di un ormai decrepito Holmes.

Il caso ha voluto - perchè di caso si è trattato, non vi era alcuna premeditazione - che mi ritrovassi tra le mani, dopo una piacevole serata musicale in una libreria, una ristampa di A Slight Trick of the Mind, il romanzo di Mitch Cullin da cui è stato tratto il film in uscita. Un po' perché mi incuriosiva l'idea di partenza delle vicende narrate nel film e deducibili dal trailer, un po' perché ero curioso di vedere come uno scrittore culturalmente tanto distante da Doyle potesse tratteggiare uno Sherlock Holmes anziano col proverbiale acume ormai sbiadito e minato dalla senilità, un po' perché il volume non costava un occhio della testa nonostante potrebbe rivelarsi uno dei libri più regalati a Natale (dopo la Sherlock-mania di stampo moffatiano), ho deciso di dare a questo libro e a questo autore una chance.

Si tratta di un romanzo di circa 250 pagine, purtroppo pubblicato da noi oggi con lo stesso titolo del film (manovra in fin dei conti comprensibile e perdonabile ai signori della Neri Pozza), un titolo che non rende giustizia all'opera ma che, a quanto ho capito dopo aver concluso la lettura, è molto più vicino all'adattamento cinematografico, che pare differire in alcuni punti dal romanzo poiché - credo -  impostato con un'ottica diversa.
Mentre il film di Bill Condon tende a presentarci un Holmes esiliato a seguito di un caso mai risolto che lo tormenta da quarant'anni, un caso raccontato diversamente da Watson anni addietro ("Watson scrisse comunque il racconto, ma ne cambiò il finale") col titolo de Il mistero della donna del guanto, nel libro Holmes non si è esiliato per vergogna o per senso di colpa ma perché - proprio come ci raccontava Doyle un secolo fa - semplicemente stanco del trambusto della metropoli e degli intrighi criminali che hanno costituito il suo pane quotidiano per tutta una vita; inoltre, Watson non ha mai pubblicato un racconto a noi non pervenuto bensì è Holmes stesso a scrivere L'armonicista all'interno del romanzo di Cullin. D'altro canto, il caso è davvero insipido e banale, senza nessun risvolto torbido e con una vaga traccia di sospetto esoterismo nel primo capitolo, tanto da mostrare parecchie somiglianze con un racconto breve classico di Holmes.
Se vi aspettate un racconto inedito su Sherlock Holmes, l'ultimo caso della sua vita o, peggio ancora, una conclusione della sua esistenza, resterete amaramente delusi. Non è un giallo, non è un caso di investigazione, non ci sono criminali.
C'è un Holmes invecchiato che si ritrova a pensare a un vecchio caso mai raccontato, tra i più semplici della sua vita ma che è stato capace di coglierlo impreparato in una particolare circostanza e non certo perché si sia rivelato diverso da come lo aveva ipotizzato.
Al di là dello "smitizzamento" anche iconografico del personaggio (sigari al posto della pipa, nessun accenno al violino e l'abitudine a chiamare col nome di battesimo il suo storico assistente anziché per cognome), questo delicato romanzo è un'indagine sull'umanità di uno dei personaggi meno umani della Letteratura. Chi conosce le opere di Doyle saprà quanto i suoi personaggi siano fortemente caricaturali e quindi irreali. Ma Sherlock Holmes, nonostante queste caratteristiche riuscì, come sappiamo, a varcare quel confine tra realtà e finzione e a imporsi quasi come una figura storica poiché incarnava in maniera stupefacente lo spirito positivista dell'epoca in cui visse.
Cullin fa emergere la sua umanità in modo piuttosto soft, nella senilità inframezzata alla saggezza che solo l'essere sopravvissuto a due guerre mondiali e attraverso due secoli può procurarti; ma in cosa consiste questo lato umano del personaggio, in fondo?
L'idea mi avrebbe fatto rabbrividire, lo ammetto.
Sherlock Holmes è pura logica, come si può pensare di dotarlo di un'emotività, seppur in tarda età? La risposta è tanto semplice quanto azzeccata: l'essere umano irrompe nella mente del genio con l'elaborazione del lutto e la solitudine. Il vero caso irrisolto non è quello dell'armonicista, bensì l'esistenza umana e il suo annientamento.
Holmes (-Doyle) aveva scritto un tempo:

La morte, come il crimine, è banale. La logica, d'altro canto, è cosa rara. E dunque, conservare una propensione mentale alla logica, soprattutto di fronte alla mortalità, può risultare difficile. Ma è sempre sulla logica, e non sulla morte, che bisognerebbe soffermarsi.

Ma l'età e le circostanze della vita lo costringono a rivalutare il suo approccio logico verso la vita, al di là del delitto e della sua storica professione. L'esistenza è priva di senso, un viaggio verso l'annullamento. Cosa ne è ora del fedele dottor Watson, della signora Hudson, del caro fratello Mycroft? Individui a cui deve un po' di ciò che è ma che sono scomparsi senza preavviso, lasciandolo solo e incapace di piangerli. 
Già ne L'avventura della scatola di cartone (di Doyle) Holmes si era interrogato sul senso dell'esistenza e della morte. E infatti lo stesso Cullin riprende quel (malauguratamente) poco celebre quesito che il detective rivolge al suo assistente e che già ci lasciava intravedere quell'umanità che - forse a torto - non si riconosce quasi mai al più famoso precursore di tutti i detective.

"Qual è il senso di tutto ciò, Watson?... A quale entità giova questo cerchio d'infelicità, violenza e paura? Uno scopo deve esistere, altrimenti l'intero universo sarebbe governato dal caso, il che è impensabile. Ma qual è questo scopo? Ecco il grande, eterno interrogativo dalla cui risposta la ragione umana è più lontana che mai."

L'autore parte quindi da presupposti solidi, filologicamente corretti, per costruire la vecchiaia di Holmes. Dimostra un amore lodevole per l'opera di Doyle ma decide di rivederne alcuni aspetti per conferire un certo spessore alla sua opera e, personalmente, sento di potergli perdonare queste piccole licenze.
I personaggi secondari scompaiono accanto al realismo dirompente dell'ultranovantenne detective. 
E un discorso a sé merita, a tal proposito, il piccolo Roger, a cui il film sembra dare così tanto spazio. Nel romanzo, è una figura praticamente marginale. Certo, Holmes gli riconosce un certo potenziale, ma non certo in quanto giovane detective in erba. Lui non sa chi sia il datore di lavoro di sua madre, non sappiamo se abbia mai letto i racconti che lo vedono protagonista ma siamo certi che, nel suo album di ritagli, non compaiono né Holmes né alcunché ci faccia supporre un suo interesse per l'investigazione o la criminologia. Di lui sappiamo solo che è diventato abbastanza esperto nell'apicoltura e la sua affezione al vecchio detective è nata semplicemente perché questo era l'unica figura maschile più vicina possibile a un padre che il ragazzo abbia mai conosciuto (escluso il suo vero padre, morto in guerra quando lui aveva cinque anni).
Tuttavia avrà un ruolo fondamentale verso la fine del racconto, anche se in maniera piuttosto passiva.

Un altro aspetto che il libro affronta è l'infatuazione di Holmes per una donna che non ha mai dimenticato. E no, non si tratta di Irene Adler (verso cui non ha mai provato nulla) ma di un personaggio inventato da Cullin e di cui non posso svelarvi l'identità senza rovinarvi il film/libro.
Anche questa cosa, detta così, parrebbe un agghiacciante oltraggio. 
Ma si tratta davvero di un innamoramento? Ci si può innamorare di una persona - neppure particolarmente bella - semplicemente vedendola in foto e incontrandola, per una manciata di minuti, una volta sola nella propria vita? In un periodo in cui, per di più, si è soli e ci si avvia verso il tramonto dell'esistenza?
Non siamo sicuri che Holmes l'abbia (platonicamente) amata, ma sappiamo che questa donna ha lasciato un senso di vuoto in lui con la propria scomparsa. E questo evento è coinciso con l'inizio della reale consapevolezza di cosa sia la solitudine, quella solitudine derivata da una vita spesa alla continua ricerca della verità oggettiva, tralasciando ogni aspetto romantico della vita, all'infuori della virile amicizia e della stima professionale e umana. Come tutti i grandi uomini consacrati al proprio lavoro, anche il nostro detective si ritrova amaramente solo pur avendo amato la solitudine. 
Sta qui, secondo me, la grandezza del lavoro di Mitch Cullin. Non ha veramente snaturato il personaggio, come qualche critico talebano ha affermato. Lo ha arricchito nel momento in cui ha deciso di approfondirne il lato umano, di sovrapporre il personaggio fittizio e caricaturale di Doyle a un uomo in carne ed ossa, seppur tremendamente razionale e freddo.
Ma, a 93 anni suonati, perfino Holmes sembra arrendersi davanti alla vita.
Se quando apparve aveva la sicurezza e la determinazione del progresso scientifico che stava stravolgendo la sua epoca, adesso ha la stanchezza e l'incertezza di chi ha visitato Hiroshima dopo la Bomba e non sa più darsi una risposta.
Mentre un'unica lacrima gli solca lo zigomo, scomparendogli nella barba bianca, lui, che ha risolto casi intricatissimi, che ha svelato il possibile dietro l'impossibile, che ci ha strabiliati con la sua conoscenza e le sue doti intellettive, ripensa al quesito esistenziale citato poco sopra e mormora, gelandoci il sangue: 

"Non lo so. 
Non ne ho la più pallida idea."



P.S.: Una piccola nota di colore: in un capitolo del libro viene citato il 1929 come l'annus horribilis di Sherlock, ossia l'anno in cui, a distanza di pochi mesi uno dall'altro, scompaiono prima la signora Hudson e poi il dottor Watson. Dopo qualche anno, sappiamo che anche Mycroft muore ed è l'unico dei tre di cui viene rivelato il giorno della scomparsa: il 19 novembre, la stessa data in cui uscirà nelle sale il film di Condon. 
E io mi auguro vivamente che questa data non segni anche un'ulteriore morte di suo fratello, cinematograficamente parlando.